Aimai: il valore giapponese dell’ambiguità

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di Giovanni De Palma – Chiunque abbia avuto a che fare con un giapponese sa bene cosa significhi ricevere una risposta ambigua e non proprio soddisfacente ad una richiesta ben precisa, trovandosi così a dover insistere e a ricevere ancora una volta una non-risposta. Bene, questa “ambiguità” è una delle caratteristiche di base della società giapponese, ed è denominata “Aimai”.

Ma cos’è esattamente l’Aimai, qual è la sua funzione e da dove trae le sue origini?

L’Aimai è una condizione in cui si percepisce più di un significato, generando così oscurità, incertezza e vaghezza. I giapponesi non solo sono tolleranti nei confronti di tale ambiguità, ma essa è parte integrante della struttura sociale del loro Paese. Per questo l’ambiguità, così come il “non detto”, il “vuoto” e il silenzio (chinmoku), viene considerata una virtù in Giappone.

Le origini di tale caratteristica sono spiegate da moltissimi esperti con il cosiddetto “determinismo geografico”, ossia la teoria secondo cui la geografia ha una grossa influenza sullo sviluppo dei costumi e dei valori di una società. Il Giappone è un Paese insulare, e a causa dei mari che lo separano dal continente, che sono da sempre pericolosi e imprevedibili, la cultura giapponese si è sviluppata in un relativo isolamento. Questo ha spinto sempre più le persone a vivere a stretto contatto tra loro e a fondare l’intera società non sull’individuo ma sulla comunità. Di qui il “comunitarismo” giapponese, che si contrappone all’individualismo occidentale. Per questo motivo, il concetto di “armonia” (wa, in giapponese) è divenuto negli anni un fatto importantissimo per la vita di ogni giapponese, avendo essa la funzione di mantenere le relazioni tra membri appartenenti a una comunità compatta. Per vivere senza creare nessun serio problema all’armonia del gruppo (concetto presente in tutte le culture confuciane), le persone evitano di esprimere troppo direttamente le proprie idee.

Chiari esempi di Aimai si riscontrano spesso nella lingua giapponese, e risposte ambigue e non esaustive per declinare gli inviti sono all’ordine del giorno. Nessuno in Giappone si aspetta un secco “no” come risposta, neanche quando la persona che si ha di fronte è fortemente in disaccordo. Per questo motivo, per mantenere una atmosfera amichevole e armoniosa, ci si esprime in maniera indiretta e quindi ambigua.

Un aspetto legato al concetto di Aimai è la profonda umiltà del popolo giapponese: chi si vanta delle proprie qualità o chi le mette semplicemente in mostra in Giappone è considerato uno spaccone e perde di credibilità. Quest’ultima, definita letteralmente “faccia”, è un elemento estremamente importante per i popoli di cultura confuciana. Se si perde la “faccia”, infatti, non è possibile continuare a far parte a pieno titolo della comunità, si viene ostracizzati e non è possibile, ad esempio, per un businessman concludere alcun accordo con la controparte. Le risposte ambigue, servono anche in questo caso per risultare umili quando si risponde a domande che riguardano risultati personali (un buon voto ricevuto ad un esame universitario, un buon piazzamento in una gara e così via…).

Chiaramente, l’Aimai produce anche effetti negativi nella sfera personale, poiché non si sa mai perfettamente ciò che l’altro desidera, e questo genera incomprensioni che possono risultare in relazioni fredde. Un altro effetto collaterale è dato ovviamente dall’incomprensione che questo atteggiamento nipponico genera nei confronti di uno straniero. Di qui la nostra insistenza che risulta scortese o addirittura una vera e propria molestia per i giapponesi.

La soluzione a tale incomprensione ce la dà il filosofo tedesco Hans-Georg Gadamer, che ha teorizzato la cosiddetta “ermeneutica del dialogo”. Questa teoria ci illustra come un incontro-scontro tra culture possa diventare un’opportunità di interpretazione reciproca. I due interlocutori appartenenti a culture diverse si immedesimano nell’altro (senza però mai diventare l’altro), creando una terza dimensione frutto dell’intersezione delle culture delle due persone. Riconoscere la differenza della cultura altrui è senz’altro il primo passo per vincere la più grande sfida del nostro secolo: la gestione della diversità culturale. Gadamer forse non lo sapeva, ma questa teoria era già stata spiegata secoli addietro proprio da Confucio con la sua celebre massima: he er butong, riassumibile in: “armonia nella diversità”. Insomma, bisogna incontrarsi senza mai confondersi.

L’AUTORE

Giovanni De Palma, laureato in Lingue, lettere e culture comparate (inglese e giapponese); e in Relazioni e Istituzioni dell’Asia e dell’Africa con focus sul Giappone (con tesi sulla strategia di sicurezza nazionale del Giappone di Abe); Master SIOI in Studi Diplomatici e Politici. Iamatologo e Orientalista. Si occupa di comunicazione social e political advisoring.

 

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Fonte Il Blog di Beppe Grillo

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