Le Malebolge della stampa italiana

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«Luogo è in inferno detto Malebolge,
tutto di pietra di color ferrigno,
come la cerchia che dintorno il volge.
Nel dritto mezzo del campo maligno
vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
di cui suo loco dicerò l’ordigno“.

Annunciava cosi, l’Alighieri, senza enfasi e senza fronzoli, le Malebolge. Luogo infernale ove falsari, ipocriti, traditori, simoniaci e bugiardi pativano “le pene per lor pensate” da un divino contrappasso altrimenti non eludibile.
Ormai ricorrente mi sovviene questa immagine, di falsari, di bugiardi e dì fomentatori d’odio, tutte le volte che approccio una lettura quotidiana di giornali, riviste o notiziari on line, propinati da una stampa relegata, in termini di libertà, al 46^ posto, in quella singolare classifica redatta da Reporter senza frontiere.
Però stiamo risalendo la china.
Difatti io non credo che oggi in Italia vi sia un problema di libertà di stampa.
Il vero problema semmai è l’approccio culturale che spesso attanaglia il nostro giornalismo. La voglia di scavare davvero “dentro” la notizia. Di studiarne la natura ed i contorni, di leggerne il vero significato. Purtroppo questo in Italia, si fa molto raramente.
Così la verifica delle fonti diventa un puro esercizio di stile, lo studio (vero) degli argomenti un inutile perdita di tempo, ed il seguire quel fil-rouge che lega sempre notizie ed ambienti spesso “scomodi” diventa un insormontabile baluardo per cronisti e direttori. Insomma i giornalisti italiani studiano poco, e leggono meno, non ascoltano, e soprattutto spesso non ricercano.
Prova ne è la feroce polemica e le sprezzanti critiche che il Decreto Sicurezza, appena promulgato, ha dovuto sopportare e continua a sopportare non solo in quella parte dedicata a migranti e richiedenti asilo dove spesso sono le contrapposizioni a farla da padroni, ma anche a in quelle che sono state le modifiche apportate al Decreto Legislativo n. 159/2011 (il Codice Antimafia) limitatamente all’art. 48 relativo alla gestione dei beni confiscati.
Difatti da più parti alti si sono levati i “lai” per il punto in cui , erroneamente, si sostiene che questo Decreto introduce la possibilità della vendita al miglior offerente dei beni confiscati alla criminalità organizzata.
Un errore marchiano in cui sono incappati giornalisti, redattori, correttori di bozze Direttori di testata. Tutti, nessuno escluso, si sono catapultati a testa bassa contro questo provvedimento senza nemmeno prendersi la briga di leggere ciò che c’era prima. Appunto, non leggono.
E pensare che bastava solo aprire il vecchio Codice Antimafia, andare all’art. 48 comma 5 per accorgersi che i due testi sono uguali, speculari nel primo paragrafo.. Perchè il primo paragrafo del comma 5, quello “incriminato”, che prevede la “vendita degli immobili”, non solo non è stato oggetto di modifica da parte di questo Decreto sicurezza, ma è rimasto immutato nel tempo sin dal lontano 2011. Tale e quale.
Ma incurante di questa “elementare” evidenza, Roberto Saviano, l’antitaliano (si chiama così la sua rubrica settimanale sull’Espresso), si lascia andare a giudizi taglienti, colmi di quel conclamato livore, che gli gonfiano il petto e gli fanno schizzare astio a piene mani contro il nostro Ministro dell’Interno. Purtroppo per lui però, la rabbia covata contro il leader leghista lo pone in banale errore. Ed a sbagliare due volte.
Difatti oltre a rimproverare a questo esecutivo, errando, l’introduzione della possibile vendita dei beni sottratti alle mafie, il fustigatore di MINISTRI DELLA MALAVITA rimprovera, incautamente, al provvedimento (ed a Salvini), il mancato divieto di cedere il bene ai cosiddetti prestanome dei clan. Ovviamente affermazione non fu mai più erronea in quanto anche in questo caso non è così, ma, anche oggi ,come nel vecchio provvedimento è previsto ogni genere di controllo Antimafia nei confronti degli acquirenti.
Infatti la nuova disposizione dice, testuale L’Agenzia acquisisce, con le modalità di cui agli articoli 90 e seguenti, l’informazione antimafia, riferita all’acquirente e agli altri soggetti allo stesso riconducibili, indicati al comma precedente, affinché i beni non siano acquistati, anche per interposta persona, da soggetti esclusi ai sensi del periodo che precede, o comunque riconducibili alla criminalità organizzata, ovvero utilizzando proventi di natura illecita.
Quindi nei limiti del possibile ed adottando tutti gli strumenti legislativi previsti si farà in modo che l’acquisto degli immobili sia quanto più possibile tutelato da un eventuale reimpiego, ovvero riacquisto, da parte di esponenti della C.O.
Ed a completare la salvaguardia di legalità si provvede con il combinato disposto del nuovo comma 6 che assegna il diritto di prelazione sull’acquisto alle:
a) cooperative edilizie costituite da personale delle Forze armate e/o delle Forze di polizia;
b) gli enti pubblici aventi, tra le altre finalità istituzionali, anche quella dell’investimento nel settore immobiliare;
c) le associazioni di categoria che assicurano, nello specifico progetto, maggiori garanzie e utilità per il perseguimento dell’interesse pubblico;
d) le fondazioni bancarie;
e) gli enti territoriali

Ovverosia quegli stessi soggetti giuridici ed economici che potevano acquistare i beni alla luce delle vecchi disposizioni. Oggi possono farlo ancora, e con una sorta di priorità sul tanto deprecato “miglior offerente”.
Mettendo così a tacere non sono i male informati che non comprendono il linguaggio tecnico giuridico, ma anche chi quel linguaggio lo comprende ma lo vuole criticare “a prescindere”. Con raro esercizio di malafede organizzata.

Caduti quindi questi due capisaldi, l’ultimo misero avamposto critico sempre in materia di beni confiscati, era rappresentato da tutti coloro che stracciandosi le vesti urlavano indignati al “condono mafioso”. Ma ahiloro, anche in questo caso si trattava di una falsa interpretazione della norma, gettata li più per rimestar nel torbido che per vero amor di legalità. Perché si sta argomentando NON, dicesi NON, di “sanatorie ovvero condoni” previsti ad acta, da questo Decreto e per queste unità immobiliari, ma di provvedimenti che erano già stati emanati nel tempo, da altri esecutivi – altri governi, ma dai quali questi cespiti erano rimasti fuori, proprio perche si trovavano in quel limbo giuridico di “bene confiscato”, e quindi sottoposti ad una sorta di afasia legislativa proprio perché ignoto sarebbe stato il loro destino. Ma che oggi una volta finalmente tornati nel circuito della legalità impossibile non applicare anche a queste unità immobiliari, quei benefici che altri avevano già previsto.

Pertanto questo rigurgito di legalitarismo daccatto, farebbe sorridere per la sua evidente non solo strumentalizzazione, ma perfino ignoranza della norma, se non fosse che anche personaggi del calibro di Don Ciotti – che invece la legislazione antimafia la conosce molto bene per averne fruito in larga misura con la sua meritoria associazione Libera, si prestino a questo gioco al massacro supportando tesi e personaggi che fanno dileggio di quello che era e che è il novellato Antimafia 159/2011. Dimostrando ancora una volta, semmai ce ne fosse bisogno – la malafede e il pregiudizio “a prescindere” che tutta la stampa italiana ormai vomita quotidianamente verso questo esecutivo.
Insomma ancora una volta si è dato sfogo al rancore ed alla bugia da cui emerge incontrovertibile una verità: i cronisti non studiano ed i direttori non leggono. Ma purtroppo i cittadini non si indignano più per le menzogne della stampa. In questo vischioso mainstream che tutto appiattisce e tutto vuole omologato.

Ed a me suonano ancora familiari le parole dell’esule fiorentino che narrando di falsi, bugiardi e sobillatori così si espresse:
L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo;
l’altr’è ‘l falso Sinon greco di Troia:
per febbre aguta gittan tanto leppo“.

Ma chiedere di cosa stiamo parlando non ha senso. Non saprebbero rispondere. Gli uni non leggono, gli altri non studiano.

………………….Con il cuore a riveder le stelle

Fortebraccio64

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