Il cattivo caffè di Gramellini

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Dedicato a Chiara ed i suoi appendini

Ognuno di noi almeno una volta nella vita ha bevuto un cattivo caffè. Tanto orribile da ricordarsene ancora. Da questa triste verità non ne è rimasto esente nemmeno il sottoscritto. Solo che per me il peggior caffè non è stato quello bevuto chissà in quale anonimo bar di periferia , ma quello letto ieri (31 ottobre). Lo ha servito Massimo Gramellini sulle pagine del Corriere della Sera. Da cui si deduce che se il Gramellini è stato elevato a “bar(corsiv)ista” nazionale è di tutta evidenza che “o’ cafè” non è arte sabauda.

L’incauto, sulle pagine del Corsera di ieri, nella sua abituale tazzina – con cui si pregia di dare il buon giorno al paese, questa volta ha utilizzato una pessima miscela.

Difatti ieri l’infelice “barista” ha servito la sua scadente chicchera colma di fumanti e velenose bugie costruite su narrazioni favolistiche degne del miglior C’era una volta in un paese lontano lontano…

Questo per sbertucciare “Chiara ed i suoi appendini”, vale a dire tutta la giunta comunale torinese, “rea” di continuare ad opporre la loro contrarietà alla famigerata TAV.

Oggetto della narrazione dell’improvvido barista le virtù che nel tempo avrebbero consacrato i torinesi. Dalla fiera resistenza opposta dal popolo dei taurini niente di meno che ad Annibale, il conquistatore Cartaginese, che valicò le alpi nel 218 a.C; fino alla famosa marcia dei quarantamila, degli anni ottanta, con cui la laboriosa ed obbediente Torino si oppose alle vessazioni sindacali dell’epoca, abbracciando idealmente la famiglia Agnelli e mamma FIAT e sancendo la fine della rivoluzione operaia e proletaria. Almeno in riva al Po. Passando per la battaglia dell’Assiette e la arrogante cacciata dell’ambasciatore borbonico che rimproverava a Vittorio Emanuele II il mantenimento dello Statuto albertino

Peccato poi però che leggendo la storia, quella vera – e non le fole da bar, si scopre che le evidenze scientifiche ed archeologiche negano con sufficiente certezza il passaggio del Barca – il Condottiero africano, dal villaggio taurino. (La Stampa” foglio piemontese e torinese per antonomasia del 07.04.2016 La scienza cancella il mito “Annibale non passo le Alpi dal Gran San Bernardo).

Ed anche sulla famosa frase rivolta all’ambasciatore di Ferdinando II di Borbone condita con parole di “aulica torinesità” in cui si rimproveravano le disastrose condizioni in cui versava lo stato borbonico le evidenze storiche (ci raccontano di un regno delle Due Sicilie ricco e prospero a livello finanziario che nella penisola faceva un pò la parte della Germania nell’attuale Europa. I titoli borbonici pagavano interessi molto bassi ed avevano, giusto per rimanere nel linguaggio odierno, uno spread inferiore di circa 140 punti base rispetto ai tassi piemontesi e papalini e di 160 rispetto a quello del lombardo veneto. (Il Sole 24ORE del 30/06/2012 “Gli eurobond che fecero L’Unità d’Italia, quando il Regno di Napoli era come la Germania).

E qui conviene sottacere, per carità di patria, del saccheggio del Banco di Napoli all’indomani dell’unificazione.

Ma le Fumanti invenzioni che si elevavano da quella tazzina rendevano anche il suo piattino, il foglio milanese, meno credibile e fazioso. Anche su quell’appellativo vero ed eroico dei bogianen.

I quali sicuramente sarebbero impalliditi di vergogna nel vedere il fiero popolo dei taurini, in quel giorno di ottobre del 1980, ingrossare quella marcia di grigi impiegati e dirigenti che di fatto abbattè sì il predominio degli esponenti massimalisti e sotto certi aspetti l’arroganza sindacale, ma al contempo consegnò i destini della FIAT alla dittatura finanziaria di Cesare Romiti che da lì in avanti limitò sempre più la dimensione industriale della fabbrica torinese ed alla fine epurò, negli anni novanta, gran parte di quegli impiegati e quadri intermedi protagonisti principali di quella marcia.

E mentre depongo sconcertato, la tazzina ancora colma di quel maleodorante contenuto, storico e caffeinico, parole lontane e napoletane inondano la mia stanza con note calde ed aromatiche. Come sono quelle di un vero caffè “….a che bell’ò cafè pure in carcere ‘o sanno fa, co’ à ricetta ch’à Ciccirinella compagno di cella ci ha dato mammà’”

Ora tutto si spiega. E’ evidente che il nostro povero barista non abbia ricevuto nessun lascito materno in materia di caffè. E sarà certamente questo il motivo per cui Massimo Gramellini il caffè non lo sa fare.

Fortebraccio64

………..con il cuore a riveder le stelle

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