Centri commerciali, sviluppo o sfruttamento?

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Nel milanese continua la competizione fra centri commerciali. Dopo quello di Arese, nato con l’intento di sbaragliare tutti gli altri quanto a dimensioni, sta per aprire i battenti già uno nuovo di zecca, a Segrate, studiato per rimpiazzare il primo.

Naturalmente il menu è sempre lo stesso: apertura domenicale, vetrine in franchising dei soliti marchi. In altre parole, tutto rimane standardizzato come per gli altri centri commerciali, insieme agli affitti da capogiro, ai contratti dei lavoratori con orari massacranti, salario basso e ben poca professionalità. Viene da chiedersi quanto tutto questo contribuisca positivamente alla crescita economica italiana, al commercio ed alla diversificazione delle preferenze dei consumatori. Il fiorire di questi “Mall” però ha di sicuro l’effetto di comportare la chiusura di tanti negozi periferici o di attività poste nei centri storici, destinati ad andare verso un’inesorabile desertificazione.

Dinanzi a questo scenario, il dibattito politico, anziché fermarsi alla mera discussione sull’apertura domenicale e sulla comodità o meno di avere negozi aperti anche la domenica fino a tarda sera, dovrebbe concentrarsi sul reale contributo di questi poli commerciali allo sviluppo economico e sociale del Paese, e capire se non rappresentino soltanto la fiera dell’effimero nel “luna park” della finanza internazionale.

Nel dopoguerra, la crescita economica è stata determinata dalle botteghe artigiane e da un commercio che ha saputo creare quel Made in Italy del tutto complementare al turismo, quale connubio dell’arte e della creatività italiana. Gli stilisti blasonati da dove provengono se non da questo “brodo primordiale”?

Oggi, invece, fra il ventaglio di professionalità di cui la nostra società dispone, va inserito anche il 25% degli allievi della scuola superiore che lascia gli studi prima di arrivare al diploma. A questi giovani vengono inevitabilmente offerti perciò posti di lavoro poco qualificati, che non presentano prospettive di crescita professionale, come lo sono quelli che li inseriscono all’interno della catena di montaggio nella grande distribuzione. In queste realtà non è previsto il contributo della creatività del singolo dipendente, perchè non c’è la necessità di avere delle competenze specifiche. Di altra portata è invece l’aria che si respira nelle botteghe commerciali e artigiane, in cui l’imprenditore e i suoi collaboratori hanno una profonda conoscenza del prodotto, grazie alla quale riescono a consigliare il consumatore in relazione alla sua qualità ed alle sue prestazioni.

Quella che stiamo vivendo è l’epoca in cui se un orologio non funziona viene buttato; stessa sorte per quanto riguarda gli elettrodomestici. E’ l’economia lineare, quella del consumismo, che sta portando al tracollo del pianeta, di segno opposto rispetto all’economia circolare in cui tutto viene riutilizzato, in un infinito circolo virtuoso. La differenza fra le due prospettive, sia in relazione all’ambiente sia all’occupazione, è chiara.

Si tratta di scegliere cosa vogliamo: un’economia del “fast food” che ci rende sempre più poveri, oppure un’economia incentrata sul rilancio delle botteghe commerciali e artigiane dei nostri centri storici e delle nostre periferie.

Marco Fumagalli –  Consigliere Regionale M5S Lombardia

L’articolo Centri commerciali, sviluppo o sfruttamento? proviene da Movimento 5 Stelle Lombardia.

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Fonte Movimento 5 Stelle Lombardia

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